Rendere visibile l’invisibile. Cura, dono e manutenzione del mondo


Workshop di Daniela Degan e Marco Deriu

 

lab.decrescita

In questo laboratorio ragioniamo attorno ad un’idea di cura “estesa”, che non riguarda semplicemente il lavoro di cura della prole o delle persone in difficoltà, ma più in generale ogni attività di presa in carico della manutenzione della vita.

Nelle società umane una grande quantità di lavoro che viene dedicata alla cura delle persone, delle relazioni, delle famiglie e delle comunità, tale lavoro non pagato supera in quantità il totale del lavoro non pagato; eppure tale lavoro non è riconosciuto dall’economia, dalla politica e anche dalla società, perché considerato non produttivo. Anche le persone a cui tale lavoro è sostanzialmente delegato, ovvero le donne, sono poco riconosciute nel contributo enorme che danno al benessere sociale collettivo.

Come uomini dovremmo riflettere sul perché fatichiamo a riconoscere e valorizzare questa enorme mole di lavoro e anche perché non vi prendiamo parte,  se non in minima parte. Il fatto è che quell’idea di homo oeconomicus (di cui ha parlato anche Genevieve Vaughan nel suo intervento) su cui si basa la teoria economica e l’immaginario contemporaneo della crescita è un essere umano scisso dalla vita reale di relazioni, dalla sua stessa natura biologica e dall’ambiente naturale. Le stesse performance economiche e politiche esistono solamente perché i costi dello stare al mondo degli uomini vengono addossati alle donne, alla natura, e anche alle generazioni future. Questo ci parla anche di uno squilibrio tra il valore che attribuiamo al lavoro di produzione e quello che attribuiamo al lavoro di riproduzione.

Marco ha sottolineato che molte ricerche dimostrano che la ricchezza materiale, l’aumento del Pil, oggi non garantiscono affatto la felicità e il benessere come pretendeva la teoria economica. Superata una prima soglia l’aumento della ricchezza non produce affatto felicità ma semmai genera nuovi problemi sociali. Il fatto è che fatichiamo a riconoscere quanto il lavoro di cura, la manutenzione delle relazioni sia centrale nella costruzione del nostro benessere. Nella misura in cui la società della crescita ci distoglie da questa cura di noi stessi, degli altri e delle nostre relazioni sacrifichiamo anche qualcosa del nostro benessere. La cura dunque è un aspetto centrale nella costruzione del benessere che va messo al centro dell’economia e della politica.

Tale cambiamento richiede tuttavia una rivoluzione non solo nello spazio economico ma attraversa la costituzione materiale e politica delle nostre vite e delle nostre relazioni dalle dimensioni più interpersonali a quelle più collettive. Ripartire dalla cura richiede ripensare le relazioni tra uomini e donne e il modo in cui essi hanno inteso rispondere ai bisogni umani, superando opposizioni, dualismi e gerarchie. Particolarmente utile da questo punto di vista è l’analisi complessa che ha proposto Joan Tronto secondo la quale la cura si compone di quattro fasi o, come preferiamo dire noi, di quattro “movimenti”:

- l’interessarsi a [caring about], implica la percezione di un bisogno e il riconoscimento della necessità della cura;

- il prendersi cura di [taking care of], questo secondo movimento contempla l’assunzione di una qualche responsabilità relativamente al bisogno identificato e alla scelta di come rispondervi;

- il prestare cura [care-giving], comporta un impegno e un lavoro concreto per il soddisfacimento dei bisogni di cura e richiede generalmente un rapporto diretto tra chi presta la cura e chi la riceve.

- il ricevere cura [care-receiving], rappresenta il movimento finale di questo processo in cui il destinatario della cura può rispondere e mostrare di giovarsi di questa attenzione oppure no.

Il “prendersi cura di” è spesso associato a ruoli pubblici e maschili e il loro “interessarsi a” è un’interessarsi alle questioni pubbliche, virtualmente universali, mentre il “prestare cura” e il “ricevere cura” vengono associati ai meno potenti. Il prestare cura direttamente è generalmente delegato alle donne e il loro “interessarsi a” è riferito a persone in carne ed ossa nello spazio intimo e privato.

Riconoscere questa complessità e organicità della cura è fondamentale per rieducare uomini e donne al valore della cura superando queste forme di scissione. Gli uomini possono allora imparare a mettersi in gioco nel prestare davvero le nostre cure alle persone che abbiamo intorno a noi o nel nostro lavoro quotidiano. Le donne possono d’altra parte rivendicare queste esperienze di cura come esperienze centrali per dar forma ad una nuova politica e alla manutenzione del mondo.

Si tratta di rilanciare un’idea di cura non meramente individualistica e neppure solamente diadica, ma anche aperta e plurale, un prendersi cura delle relazioni con sé, con le alterità prossime e con le alterità lontane. L’ottima definizione di cura proposta da Fischer e Tronto si adatta benissimo alla nostra prospettiva.

«Al livello più generale suggeriamo che la cura venga considerata una specie di attività che include tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro “mondo” in modo da poterci vivere nel modo migliore possibile. Quel modo include i nostri corpi, noi stessi e il nostro ambiente, tutto ciò che cerchiamo di intrecciare in una rete complessa a sostegno della vita»[1].

Optare per la decrescita significa per noi prendersi cura del mondo, delle sue condizioni di esistenza, della continuazione della vita sulla terra. In un mondo sempre più globalizzato è chiaro che le forme di benessere o di buon vivere che si affermano in un luogo e in un tempo non sono prive di connessioni (di premesse e di conseguenze) per ciò che riguarda le condizioni di vita di altre popolazioni in altri luoghi o paesi e di altre generazioni nel tempo futuro. Assumere l’orizzonte della decrescita significa far posto all’altro nel proprio mondo, dentro e fuori di sé.

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[1]              Fischer B.M., Tronto J.C., Toward a Feminist Theory of Care, in Circles of Care: Work and Identitiy in Women’s Lives, a cura di Abel E.K. e Nelson M.K., State University of New York Press, Albany, 1990, p. 40; ora anche in J.C. Tronto, Confini Morali. Un argomento politico per l’etica della cura, Diabasis, Reggio Emilia, 2006.