Psiche Ri-membrata


di Valerie Melissa Aliberti 

Una nuova versione del mito di  Amore e Psiche  scritta da Valerie Aliberti per il seminario di Luciana Percovich

 

Illustrazioni di Marianna Marigo
Illustrazioni di Marianna Marigo

C’era una volta una bimba di nome Psiche, vivace e gioiosa, di grande bellezza.

Amava profondamente correre nei campi, all’aria aperta, sempre col nasino all’insù per seguire le nuvole nel cielo.

Giocava, da sola o con altri bambini, rincorrendo qualsiasi tipo di animale che fosse insetto, lepre o farfalla, e poi ne imitava movenze e versi. Non c’era animale nel quale Psiche non si sapesse trasformare.

Psiche aveva anche due sorelle, un po’ più grandi di lei.

Le tre si volevano molto bene, sentendosi parte l’una dell’altra.

Quando qualche screzio le animava lottavano tra loro giocosamente, come gattine, per fare pace subito dopo come se nulla fosse successo e la sera, per addormentarsi, si raccontavano a vicenda meravigliose fiabe di ninfe e abitanti del bosco.

 Così Psiche cresceva e cresceva e un bel giorno iniziò a sentirsi diversa.

I suoi capelli erano più folti e luminosi e il suo corpo era più morbido e tornito. Il ventre le inviava lievi fitte e lei si sentiva liquida.

Andò da sua madre che l’accolse con un radioso sorriso. Raccolse tutto ciò che aveva tenuto da parte per quell’occasione speciale che aspettava già da qualche tempo e, tenendola per mano, accompagnò la figlia dalle anziane del villaggio.

“Ti stavamo aspettando, giovane Donna”, le disse la bella Signora che accolse lei e sua madre.

“Ti porteremo in un posto magico e il tuo corpo non sarà il solo a compiere questo importante Viaggio”.

E fu così che le anziane portarono Psiche alla grotta Sacra, mentre la prima falce di luna brillava radiosa nel cielo.

Con le fiaccole in mano uscirono dal centro abitato mentre tutto il clan osservava il loro passaggio pronunciando verso Psiche parole di augurio e benedizione; anche le sue sorelle l’attendevano ai confini del villaggio per rivolgerle incoraggianti sorrisi e sguardi luminosi.

Psiche aveva assistito in passato a questi cortei.

Sapeva che avvenivano al primo sanguinamento di una fanciulla e seguiva le anziane tranquilla e curiosa e tuttavia un po’ intimorita per il mistero di ciò che sarebbe avvenuto.

Camminarono per un tempo indefinito in mezzo ai campi, accompagnate dal canto delle civette e arrivarono in una radura, dove una fonte gorgogliava gioiosa e dove una grotta dischiudeva, amorosa, la sua profondità.

Le anziane condussero Psiche proprio nella grotta e quando entrarono, con le torce scoppiettanti tra le mani a illuminare l’oscurità, Psiche vide con meraviglia che le pareti che l’accolsero erano tutte dipinte.

Tutt’attorno a lei gli animali che più amava: gufi, api, lupi, tori e vacche, serpenti, uccelli e farfalle.

E c’erano donne che danzavano in cerchio nude, o con bellissimi manti piumati.

Non mancavano poi foglie, alberi e fiori di ogni tipo.

Sulla pietra i disegni prendevano vita alla luce delle torce e le donne, gli animali e le creature vegetali convivevano nell’armonia più totale e sembravano danzare insieme, generati da un’unica fonte.

Le Buone Dame accesero un fuoco caldo e luminoso gettando le torce su della legna pronta  per l’occasione.

Formarono un cerchio attorno a Psiche e cantarono, finchè la notte non divenne troppo buia, gli occhi della giovane troppo pesanti e le loro voci sfumarono all’unisono, come per un tacito accordo, in una nota lunga e dolce.

Nei giorni che seguirono, mentre il ventre di Psiche pulsava sempre più forte lasciandola dolorante, ma più sensibile e intuitiva, le anziane la istruirono nei dolci misteri del corpo femminile.

Si bagnarono nelle chiare acque della fonte. Impastarono il pane con la pasta madre, tutte insieme, e poi lo cossero in un piccolo forno ricavato nelle pareti della grotta.

Cantarono. Danzarono.

Andarono tutte insieme a raccogliere le erbe più rare ed efficaci, rivelando a Psiche i posti segreti in cui crescevano e i loro usi, i loro antichi nomi, il momento ed il modo giusto di coglierle e come adoperarle.

In una di quelle notti cosparsero il corpo della fanciulla con una pasta di ocra rossa, accesero un bel fuoco e con i suoi vapori avvolsero il suo ventre e i suoi genitali e Psiche si sentì leggera come l’aria, come quel fumo che le entrava nei pori e la sollevava portando la sua mente lontana dal corpo e le sembrò di vedere tutto per la prima volta e di comprendere tutto l’insieme, non più solo frammenti di orizzonte.

Ogni gesto, ogni canto, ogni danza era un insegnamento privo di parole, ma profondissimo, sulla natura femminile ciclica e tonda e sulle magiche vie da seguire nella quotidianità per armonizzarsi con la fonte stessa dell’essenza muliebre: la Dea che la tribù onorava e seguiva e di cui le Donne erano manifestazione.

Quella Dea che era vita e morte, pacifica e indomita a un tempo, legata indissolubilmente alla terra e ai suoi ritmi di crescita, decadimento e rigenerazione, quei ritmi di cui ogni Donna è custode.

Psiche visse quei giorni con intensa commozione.

Capì quanto fosse sacro e complesso il suo corpo e tutto ciò che stava sbocciando dentro di lei.

Stava diventando donna e tutta la sua vita sarebbe cambiata.

Psiche aveva già appreso molto, ma gli insegnamenti delle Anziane non erano finiti.

Quando il sanguinamento terminò, le donne portarono Psiche in una parte più profonda della grotta.

Qui le pareti erano bianche e solo un dipinto si poteva scorgere, illuminato dalle torce: una Dea e un Dio, l’uno accanto all’altra, abbracciati.

Fino a quel momento le donne avevano parlato a Psiche unicamente dei misteri del femminile ma ora, sedute in cerchi attorno a lei, iniziarono a istruirla sulle potenti energie che uniscono l’uomo e la donna e al sacro piacere che insieme possono condividere.

Psiche aveva abbracciato intimamente la Dea che aveva sempre conosciuto, e scoperto più a fondo i dolci modi di essere muliebri. Era arrivato per lei il momento di scoprire il maschile, attraverso un uomo.

Le buone dame che l’avevano istruita prepararono la grotta accendendo torce e incenso e poi si dedicarono alla loro protetta. Le dipinsero il corpo e il viso, come se avesse una maschera. Non era più Psiche, la fanciulla. Era Psiche, la Dea.

La baciarono e abbracciarono, ammiccando in modo benevolmente malizioso, e la lasciarono sola.

Psiche rimase a godersi il suo tempo, inalando con piacere i fumosi aromi con cui le Donne avevano profumato la grotta.

E dopo un tempo che non seppe definire sentì dei lievi rumori, passi incerti percorrevano il suolo ed egli arrivò.

Era snello, la sua pelle era unta con oli e anche lui sul viso portava una maschera perché, come Psiche in quel momento incarnava la Dea, così il bel fanciullo rappresentava il giovane Dio dell’Amore e del Desiderio.

Psiche intuì che anche lui, come lei, aveva vissuto un periodo con gli anziani che lo avevano iniziato ai misteri maschili come le anziane avevano iniziato lei a quelli femminili. E quel momento, il momento del loro incontro, era per entrambi il coronamento di quell’intensa esperienza.

Il ragazzo si avvicinò a Psiche lentamente, chinando la testa con reverenza.

Si accovacciò di fronte a lei e i due si guardarono negli occhi a lungo. Poi, muovendosi insieme ma senza parlare, iniziarono a sfiorarsi, a studiarsi reciprocamente, senza fretta, con gusto.

Fecero durare molto tempo quella languida danza, assaporando ogni momento, permettendo ai loro corpi di accendersi piano piano.

E così, protetti dalla calda oscurità della notte, si unirono, gioendo insieme. E conobbero l’ardente amore che può scorrere tra un uomo e una donna, un piacere sacro, capace di disciogliere i confini del corpo e avvicinare l’anima agli Dei.

Si addormentarono abbracciati. Complici come se si conoscessero da sempre, nonostante non avessero scambiato nemmeno una parola.

Quando Psiche si svegliò, era sola, e non si dispiacque di questo.

Si stiracchiò e si alzò.

Uscì all’aperto e andò a lavarsi nella fonte, adorando l’acqua fresca che le scorreva sulla pelle.

Aspettò le anziane, come istintivamente sentiva di dover fare, e insieme a loro tornò al villaggio.

La madre e le sorelle l’accolsero a braccia aperte.

Mentre svolgevano insieme i lavori femminili, Psiche raccontò loro tutto e parlarono e parlarono, scambiandosi sentimenti, emozioni e sapere, affiatate come non mai.

Psiche era una donna ora, il suo ruolo nella comunità era cambiato.

Tuttavia i giorni passati nella grotta avevano fatto maturare in Psiche il desiderio sempre più grande di servire la Dea in modo più profondo.

Comunicò questa decisione alla madre e alle sorelle, e insieme ne parlarono alle anziane che, sorridendo, le dissero di recarsi al tempio. Se avesse superato le prove che la Dea le avrebbe imposto, il suo desiderio sarebbe stato esaudito.

Psiche, radiosa, senza null’altro se non il suo corpo e i vestiti che aveva indosso, si presentò quindi al santuario rotondo della Buona Dea degli orti e dell’Amore.

Le ancelle la accolsero con gentilezza e la prepararono al suo ingresso nel tempio e a tutto ciò che questo atto comportava.

Le tolsero di dosso le vesti e la fecero distendere su un giaciglio di canne.

Lentamente, intonando melodiosi canti, iniziarono a massaggiarla con vigore, con le mani cosparse di olio odoroso.

Massaggiarono i suoi piedi, dito per dito, e la palma del piede, il collo e le caviglie sottili.

Poi passarono alle gambe tornite, i pilastri del suo corpo sacro.

I fianchi rotondi, i seni e poi le braccia e le mani, il collo e anche il viso.

Massaggiarono ogni lembo della pelle di Psiche. E al tocco deciso ma morbido delle loro mani Psiche sempre di più si scaldava, il suo corpo prendeva vita e consapevolezza in un modo diverso rispetto a quando si era unita al fanciullo solare.

Psiche sentiva ogni parte di se stessa nella sua completezza e allo stesso tempo sentiva il legame e l’unione che vi era tra esse.

Quando le sacerdotesse ebbero finito di toccare l’intero corpo, allora iniziarono a concentrarsi entrambe sul ventre della fanciulla.

Le loro mani compivano movimenti circolari, spiraleggianti. Le loro dita picchiettavano leggermente la pelle e Psiche sentiva un languore sempre più grande accendersi in lei, risvegliarsi come un serpente arrotolato che si srotola e inizia a salire, ardere come fiamma nel calderone.

Poi le sacerdotesse presero dei tondi e lisci rametti di betulla e con questi iniziarono a strofinare il corpo della giovane. Era un tocco più ruvido delle loro morbide mani, ma era dolce e Psiche si destava sempre di più, si scaldava, si rinvigoriva e la sua coscienza svaniva piano piano, lasciando posto all’emergere della sua più intima natura.

Con i rametti di betulla strofinarono e picchiettarono il suo grembo e la fiamma che ella custodiva si faceva più stabile.

Psiche si sentiva libera, serena, aperta, semplice e naturale.

Le sacerdotesse finirono lentamente il loro massaggio rituale, la loro voce si affievolì fino a sfumare nel silenzio e allora restarono a vegliare la grazia di Psiche, lasciandole il tempo di assaporare quelle sensazioni risvegliate dal rituale, il suo istinto luminoso e spontaneo.

Dopo qualche tempo Psiche aprì gli occhi, purificata e libera dalle tensioni.

Le due ancelle le spazzolarono i capelli, carezzandola lievemente.

I loro occhi incontrarono gli occhi di Psiche e le fanciulle si sorrisero radiose.

Fecero alzare la loro sorella e la vestirono con una stoffa leggera, morbida e trasparente, lasciandole i piedi nudi.

Quando tutto fu pronto, presero Psiche per mano e la condussero fino alla sala della Dea dove avrebbe dovuto proseguire da sola il suo cammino.

Arrivate davanti alla porticina baciarono entrambe Psiche sulle guance e se ne andarono.

Psiche, che ormai era una giovane donna, sebbene fosse minuta era un po’ troppo alta per la porticina di legno tonda che segnava l’ingresso nelle stanze della Dea.

Così si chinò, sino a diventare piccola piccola, dischiuse la porta, ed entrò.

Fu subito avvolta da luce, calore e profumo fresco di fiori e una voce melodiosa le parlò:

“Eccoti giunta a me, bambina. Ho seguito tutti i tuoi passi.

Ho gioito del tuo primo sangue e della tua bella unione col mio figlio divino, il mio solare compagno. Sono così fiera di te!

Tutte le donne del villaggio sono mie sacerdotesse. La loro vita spontanea, libera e potente è sacra e magica. Loro sono la mia immagine. Io sono in loro. Mi onorano in ogni loro gesto.

Ma tu vuoi conoscere un Amore diverso, che comporta molte responsabilità. Vuoi servire me e tutta la tua comunità, mostrando loro la mia presenza ogni giorno.

Per far questo sono ardue le prove da superare.

Ma io ti conosco, vedo il coraggio nel tuo cuore. So che ce la puoi fare.

Non per questo le mie sfide saranno meno dure”.

Psiche trepidava, con il cuore che veloce le batteva in petto.

“Come prima cosa, ecco questo mucchietto di semi. Devi prima di tutto dividerli, poi unire tutti quelli dello stesso tipo e infine andare a raccogliere le piante che da essi germogliano.

Buona fortuna figlia mia. Ci vedremo allo spuntar dell’alba e se avrai agito bene, una nuova prova ti attenderà”.

Psiche si mise subito a eseguire il compito affidatole dalla Dea. Canticchiando divise i semi e poi, alla luce della luna, uscì per i campi, prendendo le vie segrete che le anziane le avevano mostrato, e andò a coglier grano, orzo, miglio e i bei papaveri rossi.

Compiendo con attenzione quei semplici gesti, Psiche si rese conto come non mai di quanto la Dea fosse Terra e nutrimento, e di come generosamente si donava agli uomini e alle donne dei villaggi.

Questa consapevolezza si radicò in lei e tornò al tempio felice.

La Dea fu molto soddisfatta.

“Molto bene, anima bella. Sei pronta per la mia seconda sfida.

Devi sapere che le sacerdotesse custodiscono un recinto con arieti selvatici. Sono indomiti e il loro manto è oro puro. Vorrei che tu me ne portassi un ciuffetto. All’alba vedremo cosa accadrà”.

Psiche era un po’ intimorita da questa nuova prova, ma era decisa a superarla.

Si recò al recinto sacro.

Gli animali erano bellissimi, splendevano e il loro portamento era nobile ed elegante.

Rimase a osservarli a lungo e si ricordò dell’incontro col suo giovane amante. Erano selvatici come quelle bestie, e si erano avvicinati con cautela l’uno all’altra, studiandosi con pazienza. Decise di fare lo stesso con gli arieti dorati, che scalpitavano e sbuffavano.

Si avvicinò poco per volta, dando loro il tempo di abituarsi alla sua presenza e al suo odore.

E intanto anche lei comprendeva come fosse importante avere dentro se stessa la medesima forza selvaggia e ardente di quegli animali solari.

Quando riuscì a toccarne uno, capì che anche loro erano un’incarnazione della Dea, che non era solo dolcezza e gentilezza ma anche potenza e decisione e poteva essere aggressiva se veniva violata e se le sue creature avevano bisogno di essere difese. Cercò di trovare dentro di sé quel modo di essere forte e allora riuscì a giocare con tutti gli arieti presenti nel recinto. Non voleva domarli, solo partecipare alla loro natura selvatica. Riuscì quindi a prendere vari ciuffetti d’oro e all’alba li portò nella sala della Dea.

“Hai compiuto un importante pezzo del tuo viaggio, mia coraggiosa figlia.

Ora eccoti questa brocca. Devi colmarla fino all’orlo con l’acqua della fonte segreta e mentre torni devi stare bene attenta a non versarne nemmeno una goccia. Se riuscirai, ti aspetta l’ultima prova”.

Psiche camminò fino alla fonte sacra vicino alla grotta magica. Era un cammino lungo e il terreno della stradina era diseguale. Non sarebbe stato facile trattenere tutta l’acqua nel boccale.

L’acqua era fredda e gorgogliante. Le sembrava di riudire le voci delle anziane narrarle della capacità generativa femminile e della Dea come principio fondante della loro comunità.

Mentre riempiva la brocca, Psiche si sentiva colmare lei stessa da quell’acqua limpida. In quanto donna, era custode della femminilità, della capacità di dare la vita e delle leggi della Dea, che la vita la governavano. Trattenere l’acqua nella brocca era come non disperdere mai l’antico sapere femminile. Si pose quindi la giara sulla testa e meditando profondamente su ciò che aveva imparato tornò al tempio avendo superato la prova.

La Dea era raggiante.

“Ora ciò che ti attende è la prova finale. Ti condurrò nell’oscurità della morte. Da sola dovrai trovare la via del ritorno”.

Ed immediatamente Psiche si trovò nelle tenebre.

Iniziò a camminare e si accorse che il sentiero che stava percorrendo era in discesa. Era freddo attorno a lei, silenzio assoluto. Ebbe paura, non sapeva dove andava, non conosceva il posto in cui si trovava e dubitò di essere davvero morta a sua volta e di non poter più tornare al villaggio, dai suoi cari e di non poter mai diventare sacerdotessa.

In quel momento però percepì tanti flebili rumori attorno a lei e capì che in quell’oscurità c’era tanta vita.

Iniziò allora a pensare all’inverno, in cui tutto sembra non poter crescere mai più. In realtà la natura dormiva, conservando le forze per la futura primavera. Era proprio nell’oscurità della terra che i semi potevano essere vivificati per fiorire in superficie.

La Morte era null’altro che uno dei tanti volti della Dea dell’Amore. Era una gestazione e sempre era seguita dalla rigenerazione.

Seguendo questi pensieri, Psiche camminò e camminò e si ritrovò ben presto a salire verso la luce, verso il suo villaggio, verso la vita.

Si ritrovò nella grotta incantata.

Era felice e piena dell’Amore della Dea.

Uscì, pensando di dirigersi verso il tempio e invece all’entrata della grotta trovò le sacerdotesse e tutte le donne del villaggio, comprese sua madre e le sue sorelle.

In cerchio attorno a lei suonavano e danzavano e a turno le andavano vicine per portarle fiori e inondarla di profumi.

Aveva superato tutte le prove, aveva acceso il fuoco sacro dentro di lei e tutte le sue sorelle la festeggiavano.

Aveva conosciuto il piacere e poteva goderne quando e se avesse voluto. Ora aveva la capacità di dare la vita e anche il potere di toglierla se necessario, essendo consapevole della naturalità di quel passaggio, senza provarne più timore.

Aveva sperimentato la Dea e tutte le possibilità che essa offriva all’essenza femminile.

Psiche si sentiva traboccare d’Amore, quell’Amore assoluto che comprende lo scambio tra una donna e un uomo, ma che è anche l’Amore che unisce le donne ed è l’Amore per la natura e le sue creature, ed è l’Amore della Dea.

L’Amore cresceva e cresceva sempre di più in Psiche e lei e tutte le donne lo celebrarono come una figlia nata dalla loro speciale magia, dandogli il nome di Voluttà, un’appassionata illuminazione di Conoscenza.

 

 

 

 

COMMENTO A PSICHE

 

Ho sempre molto amato la favola di Amore e Psiche.

La protagonista è una fanciulla che supera numerose avversità per ricongiungersi con il suo perduto Amore.

Ho sempre visto questa favola come una parte molto importante della nostra eredità femminile.

Era, ai miei occhi, un racconto sull’Anima e una descrizione poetica del percorso che noi donne moderne dobbiamo affrontare nella nostra vita di tutti i giorni.

Ho letto e riletto Amore e Psiche più volte e, abbagliata da questa mia visione, non mi sono mai accorta di tutti gli strati patriarcali che appesantivano la storia e che, pagina dopo pagina, svilivano la figura non solo dell’eroina, Psiche, ma di tutte le donne.

Poi un bel giorno, ho avuto l’idea di far leggere un commento che avevo scritto proprio su Amore e Psiche a un’autentica fata madrina che ha alzato per me il velo illusorio che copriva l’autentica bellezza e il primigenio potere di questa fiaba e allora, finalmente, ho compreso.

 

La fiaba di Apuleio non era una narrazione per le donne, ma una narrazione contro le donne.

Le figure femminili da lui ritratte sono caratterizzate da meschinità e gelosie.

A cominciare dal rapporto tra Psiche e le sue sorelle, basato unicamente su cattiveria e falsità, che è tristissimo. Esattamente quello che ci vuole per minare la fiducia tra sorelle, e non solo di sangue.

Un espediente letterario messo in atto per disgregare il gruppo coeso, armonico e forte dell’antico femminino.

Persino Venere, uno dei radiosi volti della Grande Signora Primigenia, è caratterizzato da modi di essere disarmonici, irosi e meschini.

Per contrasto, il matrimonio è enfatizzato come unica vera possibilità di realizzazione e di felicità per una donna e in particolare si denota il costume di far sposare ragazze giovanissime con uomini molto anziani. Crudeli matrimoni contratti unicamente per interesse, che privavano le fanciulle di qualsiasi possibilità di scelta e di ogni possibilità di vivere e percepire un amore più profondo e vero.

Amore stesso è una figura ambigua.

Da una parte la sua naturale sessualità è vista come qualcosa di negativo che sia Giove che Venere cercano di imbrigliare. Si potrebbe quindi pensare che il Giovane Dio sia riuscito a trattenere ed esprimere i suoi tratti più incontaminati. Ma anche qui Apuleio non si smentisce e il suo Amore tratta Psiche come una povera sciocca, una stupida ingenua che ha bisogno di essere guidata in ogni suo passo. Tra loro non c’è uguaglianza ma solo la sottomissione di Psiche a un Amore abbruttito.

Infine la morte è qualcosa da temere, che non si può guardare e la soluzione di tutta la vicenda è posta nelle mani del Dio Giove.

Divenire consapevoli di tutto questo può far male.

Dentro di me però si è acceso un lume ed è iniziato così un viaggio davvero emozionante.

Come fare a ridonare a questa fiaba tutto l’antico potere che doveva possedere?

 

Ho iniziato a rileggere febbrilmente il testo di Apuleio.

Ed era tutto lì, davanti ai miei occhi. Ben camuffato, ma esistente.

Psiche era molto amata da tutti, tanto che tutta la città si ferma quando vengono preparate le nozze funebri ordinate dall’oracolo.

Ri-scrivendo la storia, il dolore e le lacrime le ho trasformate in gioia e il corteo funereo l’ho trasformato in un attraversamento rituale della città. E nel nuovo contesto che mi si veniva creando sotto agli occhi, anche il rapporto di Psiche con la madre e con le sorelle l’ho completamente capovolto. Non più costruito sull’invidia e sulla meschinità, ma su veri sentimenti di sorellanza: gioco, sostegno, condivisione.

Il palazzo d’Amore nel fitto del bosco cristallino e vicino a una sorgente, tutto adorno di fregi rappresentanti animali, nel quale Psiche ascolta voci impalpabili, è diventato una grotta antica dalle pareti dipinte con scene sacre, come quelle che le nostre antenate e antenati preistorici ci hanno lasciato in dono. In questa caverna Psiche ascolta gli insegnamenti delle anziane del villaggio e riceve le sue prime iniziazioni al femminile, forse proprio in occasione del suo primo sanguinamento.

Il rapporto di Psiche con Amore è il culmine di questa prima iniziazione della fanciulla, il suo approccio con il piacere sacro in cui Psiche rappresenta e incarna la Dea e Amore il Dio;

ed ecco che i due hanno i volti trasfigurati, portano maschere (Psiche non può guardare il volto di Amore), perché non sono i loro ego a unirsi nell’atto sacro ma le loro Anime divine.

Non è un atto finalizzato al possesso, al matrimonio, alla generazione di figli.

È’ un atto sacro, che unisce due anime e due corpi e che eleva verso il divino.

Dopo questo primo, intenso momento, è psiche stessa a volersi recare al tempio della Dea Venere, che è la Bella Signora degli orti e dei giardini, Colei che fa sbocciare la Primavera, l’Antenata più adatta a presiedere all’Iniziazione di una fanciulla.

Le prove che Psiche dovrà superare seguendo le istruzioni di Venere sono finalizzate alla conoscenza della natura, di se stessa e al riconoscimento di aspetti diversi ma tutti fondamentali della Dea Ciclica. Sono insegnamenti che cambiano radicalmente il suo modo d’essere e rappresentano il cammino di ogni donna sulla via della Consapevolezza.

 

Le ho ricostruite con questo intento.

Psiche alla fine è riunita alla sua comunità. Ha acceso il suo fuoco interiore, che nessuno potrà mai spegnere.

Conosce l’Amore ed è libera di viverlo con chi desidera.

Ora è fertile, e può dare la vita ma può portare anche la morte, sempre consapevole della naturalità del processo, senza paura del passaggio.

Ciò che Psiche farà nascere ogni giorno è una magia tutta femminile, la magia della voluttà, del piacere, della pace, della libertà e della condivisione.

 

 

valerie

 

 Valerie Melissa Aliberti nasce a Casale Monferrato il 2 Aprile 1984, ma vive da tutta la vita a Vercelli.Inizia molto presto ad appassionarsi alle narrazioni mitologiche di varie culture trovando in esse una costante ispirazione.Continua i suoi studi in ambito mitologico, archeologico e letterale con un particolare sguardo verso i temi dell’eterno femminino.Ha scritto numerosi articoli dedicati a questi argomenti, pubblicati su siti internet e su riviste del settore.

 

Ha pubblicato due libri di poesie incentrati sulla Grande Madre: “La lanterna magica” con Phasar Editrice e “ I fiori di mezzanotte” con le edizioni Firenze Libri.

 

Tiene un blog dedicato a questi temi http://www.matrikalia.wordpress.com