Le insegne della Dea


Articolo di Teri Volini

All’inizio è il femminile

La voce delle antenate e degli antenati arriva forte e chiara dalle profondità del tempo, se solo siamo propense/i ad ascoltarla: si pensi alle popolazioni che vissero nelle città anatoliche di Catal Huyuk e Hacilar, in Anatolia, l’odierna Turchia – scopritore l’archeologo James Mellaart – risalenti a circa 9000 anni fa, ma ce ne sono di ancora più antiche.

L’archeologa e studiosa Marija Gimbutas descrive una statuetta del paleolitico inferiore, in selce, heidelberghiana, datata sulla base dell’associazione con gli utensili probabilmente a 500.000 anni fa. Le sue ricerche in tutta l’area della Vecchia Europa ci consentono di ammirare manufatti eccezionali e su molti di essi possiamo osservare la presenza di simboli corrispondenti a quelli che stiamo considerando nella nostra ricerca “I misteriosi glifi dell’Ager Cuneatus nell’Acropolis di Croccia nella foresta di Gallipoli Cognato” in Basilicata, e nel nostro lavoro di riscoperta, descrizione e decodificazione dei simboli.

 

C’è un luogo in Basilicata, l’antica Lucania, dove il mistero delle nostre antichissime origini sembra far capolino attraverso strani segni su pietra. Ora con “semplici” linee, ora con incisioni puntiformi emergono davanti ai nostri occhi delle figure geometriche di non grandi dimensioni: si tratta in prevalenza di triangoli, con la punta in su o rovesciati, ma sono presenti anche il cerchio puntinato e la losanga, e, per finire, una specie di H.

Il complesso – che suole essere definito Acropolis, e che le mura rimaste delineano abbastanza nettamente, con tanto d’ingresso, tuttora visibile, a quello che doveva essere l’abitato, anche di una certa importanza, visto che esistono altre porte sul muro meridionale dove si può immaginare un arco di grandi dimensioni poi crollato – sorgeva su un’altura.

La forma della spianata che ospitava le abitazioni, o forse un tempio, era di forma triangolare, cioè “cuneata”. Deriva probabilmente da questa conformazione l’appellativo di Ager Cuneatus, o campo a forma di cuneo, e la puntuale assonanza con il successivo nome di “Cognato”.

Le mura in questione risalgono a molti millenni fa, e l’erosione della pietra ha “mimetizzato” i segni; inoltre, forse a causa di un abbassamento di livello e conseguentemente delle mura, i glifi risultano essere posizionati piuttosto in basso, talvolta a pochi centimetri dal terreno.

 

IMG 1 ager cuneatus 344 kb cerchio di punti e panoramica

 

Tra i simboli, estremamente diffusa è la doppia X, tanto che Marija Gimbutas la definisce Le Insegne della Dea. Può affermarlo a ragion veduta, dal momento che nella sua monumentale opera Il linguaggio della Dea. Longanesi, 1990, si è fatta carico di ordinare e spiegare il frutto delle sua ricerche secondo precise categorie ed interpretazioni del tutto innovative.

Il simbolo XX non solo designa il femminile, ma l’origine stessa della vita: è stato scientificamente accertato, e finalmente anche reso noto che all’inizio è il femminile.

Sentiamo il Prof. A. Podestà, Università. di Pisa: “Immediatamente prima della divisione cellulare, il DNA si condensa in strutture cellulari transitorie, i cromosomi. Due tra i 46 cromosomi presenti nelle cellule umane sono responsabili del sesso genetico. Nella femmina i due cromosomi morfologicamente identici sono denominati XX, nel maschio XY”.

La dottoressa M. J. Sherfey in The Nature and Evolution of Female Sexuality ha dimostrato che ogni embrione, fino a 4-5 settimane è morfologicamente femminile; solo in seguito avviene la differenziazione: il progetto base dell’organismo umano è femminile, il maschio è una variante.

Lo straordinario è che XX sia la forma reale, strutturale dei cromosomi, non solo la loro denominazione!

Ma qual è il significato della macroscopica presenza di X e XX sui reperti di tutte le antiche civiltà, da soli o in sequenza?

Anche le relazioni di eminenti studiosi non lasciano dubbi in proposito: pur non essendo in possesso di strumenti scientifici, i nostri antichissimi progenitori e le nostre progenitrici sapevano già ciò che noi abbiamo scoperto grazie ai microscopi elettronici e da poco tempo!

Essi conoscevano addirittura la forma dei cromosomi, ed evidenziavano quella femminile riconoscendone e sottolineandone l’importanza per il perpetuarsi della vita.

 

IMG 2     ager-cuneatus-392 kb -doppia-x-

 

Ma da dove veniva loro questa conoscenza? E come si può rispondere a questa difficile domanda?

Forse … i loro canali di comunicazione erano sgombri; la loro totale disponibilità li rendeva atti a ricevere informazioni primarie dal profondo; faceva sì che, cellularmente, tramite vie interne al loro stesso corpo, nel flusso impetuoso del sangue, essi ricevessero input, ‘dati’, unendoli e corroborandoli con quelli ereditati tramite DNA dai predecessori.

Prima ancora della scrittura, si servirono – insieme alla tradizione orale – di segni, disegni e simboli per onorare quella conoscenza, la cultura di cui erano testimoni e protagonisti, per il puro piacere di esprimersi o forse già con la consapevolezza di tramandarla a loro volta: in questo caso, quei segni rappresentano i ‘messaggi’ inviati a noi dai nostri lontanissimi avi e dalle ave, dalle più remote profondità del tempo …

Quale prodigiosa modalità! Niente male davvero, da parte di coloro che certa arrogante ‘cultura’ accademica ufficiale ha ripetutamente bollato come esseri barbari e privi di senno!

Non è improprio dunque ipotizzare che le nostre più lontane progenitrici e i loro compagni avessero una percezione privilegiata di sé, del proprio corpo e del mondo, che corrispondeva a un approccio di stretta unione con la natura e di armonizzazione con tutti i viventi.

È lo ‘spirito matriarcale’, la donna, parte della natura, protagonista; ma anche gli uomini lo accettavano, riconoscendone la potenza e l’“utilità” per il perpetuarsi del genere umano.

A esso si sarebbe poi sovrapposto, in una manciata di difficili millenni, quello ‘patriarcale’.

Lasciando ad altra riflessione l’analisi del capovolgimento di mondi, con le sue fatali conseguenze, ci limitiamo ad osservare che probabilmente a favore di una percezione così intensa giocava proprio l’assenza delle successive sovrastrutture culturali e psicologiche basate sul “puro” raziocinio, che avrebbero poi costituito la ‘storia’.

Non sempre tale passaggio – considerato fondamentale dalla cultura dominante – si è rivelato positivo: soprattutto dal punto di vista della qualità della vita e del rispetto degli altri esseri, del principio femminile e dell’ambiente, oggi in enorme difficoltà.

Il sapere, l’intellettualizzazione spinta e persino il genio non hanno infatti impedito quanto di negativo e distruttivo ha, di fatto, caratterizzato e caratterizza la ‘civiltà': è venuta a mancare un’esperienza integrale dell’essere umano, a causa di uno sviluppo unilaterale – in senso patriarcale – dell’umanità.

 

I simboli, disegnati o incisi su rocce e nelle caverne, tessuti su tappeti e arazzi, dipinti su vasi e oggetti sacri o d’uso comune, sono dunque stati il “mezzo” con cui ci sono giunte, dalle epoche profonde, informazioni sul modo di vivere e di pensare dei nostri antenati e delle nostre antenate.

È ciò che chiamiamo arte dei primordi: qualcosa di assai diverso dall’espressione artistica dei successivi tempi “storici”.

Con essa si comunicavano concetti di grande complessità: la forza significante, derivante dall’astrazione e dalla potente capacità di sintesi dei simboli può essere eccezionale! Viene innanzitutto messo in chiara evidenza il concetto dell’autorevolezza del femminile e l’importanza attribuita ai valori di cui questo è portatore.

Inoltre, contrariamente a quanto ci è stato insegnato, gran parte dell’arte primordiale sembra essere stata creata dalle donne in un contesto rituale. Come ci ricorda Vicki Noble, le cosiddette Veneri dell’età paleolitica in Europa, le ossa calendario, i primi tessuti, le ceramiche, i cesti e così via sono frutto di mani femminili.

A lungo gli studiosi convenzionali – gli stessi che definivano Venerine le statuette ritrovate – consideravano queste ultime delle rappresentazioni di “donnine”, anche un po’ impudiche, quasi emule primitive di erotiche “eroine” di odierne riviste porno, o elementi attinenti alla fertilità: non ipotizzavano nemmeno che potessero essere delle immagini sacre, riferite al divino femminile.

La complessa opera di Gimbutas conferma non solo che le rappresentazioni figurative più antiche risultano femminili, ma che la divinità stessa era la Dea.

Ci riferiamo a un potente archetipo, che simboleggia un principio universale, ed È – nella totalità delle sue manifestazioni, nel cosmo, sulla terra e presso ogni essere vivente – l’ Energia luminosa, Fonte e Sostegno dell’esistente.

Si tratta di un archetipo primordiale, riferito essenzialmente a un’Immagine che fa parte degli esseri umani e agisce potentemente in loro, che ne siano o meno coscienti. Le sue rappresentazioni – iconiche o aniconiche – appaiono nella storia e nell’arte di ogni epoca, preistorica e storica.

La riscoperta dell’archetipo femminile originario e dei valori che reca in sé è oggi di fondamentale importanza, perché sottintende un cambiamento improrogabile non solo per la felicità dell’umanità ma per la sopravvivenza stessa del pianeta e di tutti gli esseri. Il cambiamento consiste nel passaggio dalla modalità mortifera tuttora in auge a quella che protegge e sviluppa la vita.

L’archetipo della Dea può facilitare tale passaggio, contribuendo al rinnovamento dell’umanità.

Ben lungi dall’essere anacronistico e astratto, esso attraversa il tempo, attestando la sua presenza “nei miti, nei riti e nei simboli dell’umanità primitiva, così come nei sogni, nelle fantasie e nelle raffigurazioni creative di persone sane e malate del nostro tempo” (Eric Neumann).

Riportare alla coscienza i simboli nascosti o storicamente rimossi dalle culture patriarcali repressive, è un atto fondamentale anche per riattivare le energie sopite degli esseri umani, il loro Coraggio, affinché non temano di lottare per i propri valori contro ogni ingiustizia e arroganza e per impedire alla crisi che caratterizza il nostro tempo di raggiungere livelli tali da distruggere l’umanità.

Teri Volini, artista biofila, ricercatrice, mitoarcheologa

http://terivolini.blogspot.it/2014/02/omaggio-marja-gimbutas-per-il.html

 

Estrapolazione dalle ricerche/pubblicazioni: Il Sentiero della Luce, dall’arte involontaria alla ierofania, Milano – 2004

e: I misteriosi glifi dell’Ager Cuneatus nell’Acropolis di Croccia, foresta di Gallipoli Cognato – Parco delle Piccole Dolomiti Lucane – Potenza- 2000

Ager Cuneatus: http://www.terivolini.it/html/pubblicazioni2.htm

Su antiche pietre in Basilicata e su tombini a Milano: http://issuu.com/andypower/docs/i_misteriosi_glifi_unito?e=1170462/3713587 http://www.terivolini.it/