La Rivoluzione Simbiotica. I Microcosmi di Lynn Margulis


Intervento di Luciana Percovich a CULTURE INDIGENE DI PACE-I SENTIERI DELLA TERRA

Luciana Percovich
Luciana Percovich

 

 

Prima del percorso della Dea, per parecchi anni ho Cercato sul sentiero della Scienza.
Ecco perché oggi vi propongo questa comunicazione, sulla Rivoluzione simbiotica, raccontata da Lynn Margulis, che definisce la simbiosi come: “vivere insieme in una condizione di reciproco beneficio mediante la condivisione permanente di cellule e corpi”(Microcosmi, di Lynn Margulis e Dorion Sagan, Mondadori, Milano, 1989, p. 8)
LM è una donna di scienza e, come spesso accade quando si ha la pazienza di guardare da vicino una loro ricerca, nelle scienziate che sono riuscite a sviluppare il loro talento,
nelle loro visioni o ipotesi o teorie quasi sempre troviamo qualcosa di “eretico” o semplicemente dissonante rispetto alla cornice generale della disciplina in cui si sono mosse
e che a noi invece risuona piuttosto familiare.
E’ il caso di scienziate come Evelyn Fox Keller, Carolyn Merchant, Barbara McClintock e Lynn Margulis di cui vi parlerò adesso.
E’ dall’inizio degli anni ‘70 che vado ponendo domande che in fondo restano simili a quelle
che continuo a porre ancora adesso, e anche nella scienza ho trovato risposte/visioni che hanno molto in comune. Soprattutto perché ho sempre cercato la voce delle donne, immagino.
Le domande sono sostanzialmente sulla conoscenza, su cosa pensiamo sia vero,
perché quello che crediamo vero guida le nostre azioni, emozioni, reazioni,
anche in modalità inconsapevoli, che sfuggono al nostro controllo lucido.
E la mia curiosità è sempre stata scoprire se emerge qualche qualità, come un colore di fondo,
quando a farsi le domande sono direttamente le donne,
quando riescono a far emergere i propri talenti, sfidando la paura del giudizio.
Non credevo al “silenzio o all’assenza delle donne”, volevo ascoltare le loro voci.
E mi rendo conto, adesso, che dal momento in cui ho abbracciato le donne, io sto cercando le Radici, in tutti i rimandi che questa parola può suggerire.

Forse la parola BIOFILIA, coniata da Mary Daly, rende abbastanza bene questa qualità di fondo femminile.
Intendendo con questa parola un orientamento, una direzione dello sguardo, più che
una qualità amorevole, in senso umano.
Non so più se questo fosse il senso preciso in cui Mary Daly l’ha usata, per me Biofilia
significa idealmente uno sguardo il più ampio possibile, che guarda e vede tutte le creature, una visione che oggi potremmo chiamare cosmo-biologica, anche grazie all’apporto delle visioni dei popoli nativi che stiamo imparando a conoscere un po’ più da vicino.
Significa uno sguardo capace di sintonizzarsi con “l’intelligenza della natura”. Una visione inclusiva, dove comunque l’amore – prima di tradursi in un sentimento umano – è una forza che tira le entità viventi una verso l’altra, le tiene insieme e alimenta la continuazione della creazione, anche a scapito di quelle tendenze che si rivelano altrimenti orientate.
Una forza cosmica, come quella gravitazionale.
Sul piano umano, nell’area semantica di Biofilia rientrano rappresentazioni mentali e sentimenti che hanno al cuore parole come legame, interdipendenza, fluidità dei confini, cooperazione, inter-azione, gioco …
là dove il pensiero sviluppato dalle culture androcratiche vede invece
salti, differenze, interruzioni, confini rigidi, barriere e soprattutto rigidità,
tutte caratteristiche che abbiamo abbondantemente definito negli anni ‘70 e ‘80 come
proprie della forma di pensiero binario e oppositivo che abbiamo chiamato patriarcale.
E’ questo orientamento BIOFILO, potremmo dire oggi, ciò che ha reso le donne da sempre insieme Pre-veggenti e Tessitrici, come già le cosmo-gonie più antiche raccontano,
un po’ in tutti i continenti.
Da Sussitanako, la Donna Ragno dei Pueblo a Hildegarda di Bingen, scienziata, medichessa, musicista, teologa e “visionaria” nonostante fosse contenuta dentro la capsula di un convento e dell’idea di Dio.

Sicché a questo convegno mi ritrovo a dire pressoché le stesse cose sia quando mi azzardo a parlare di spiritualità che di scienza, che mi appaiono come due polarità cognitive
in tensione piuttosto che in opposizione,
meravigliosamente espresse già in pieno Paleolitico, quasi 30.000 anni fa,
dalla scultura della Signora del Corno di Laussel. Che stava all’entrata di una caverna,
mostrava con la mano destra sollevata in alto il calendario lunare e con la sinistra poggiata sul ventre la corrispondenza al ciclo mestruale (“come in alto, così in basso”)
e che sempre più ci appare come il frutto maturo di una lunga e attenta osservazione
del gioco degli elementi e dei movimenti di piante animali e umani sulla terra
e della luna del sole e delle stelle nel cielo.
E se la vita nasce nel prender forma dall’informe del caos, come narrano tanti miti compreso quello di Eurinome, il più vicino a noi, e dalla disgregazione delle forme che decadono
nel calderone della rigenerazione, la conoscenza, il pensiero simbolico
sembrano essersi sviluppati prendendo atto della ciclicità del divenire.

Lynn Petra Alexander Margulis (1938-2011), biologa, docente al Dipartimento di Scienze della Terra all’Università del Massachusetts, ad Amherst, nota soprattutto per la sua teoria sull’origine degli eucarioti e la formazione dei mitocondri (o cellule mitocondriali).
Ecologa, collabora con lo scienziato inglese James Lovelock, alla creazione – alla fine degli anni ‘70 – della Ipotesi Gaia, che ha prospettato una nuova lettura della Vita sulla Terra.
In questa ipotesi, il BIOTA, ossia il complesso di tutte le forme viventi sulla terra, ha avuto origini autonome sul pianeta, che è un unico grande organismo vivente. Gaia, appunto.
Un’ipotesi non scontata e non universalmente accettata nel mondo della scienza.
In questa visione, la Biosfera (come l’egizia Nut che avvolgeva la terra proteggendola) circonda la terra (di per sé un globo sterile) e permette al Biota di vivere, morire e rigenerarsi: “il biota ha uno spessore solo di pochi metri sulla superficie della terra, e nasce là dove l’acqua incontra la terra e l’aria” (ibidem, p. 61).

Due cose in particolare mi colpirono leggendo Microcosmi, che possono essere utili all’allargamento della nostra conoscenza nel presente.
1, quando racconta di come la vita basata sull’ossigeno, ossia la nostra vita attuale sul pianeta terra, sia nata da un’immane catastrofe ecologica che ha distrutto le forme di vita che esistevano prima – sempre su questo pianeta – ed erano costituite da microorganismi anaerobici (ossia forme di vita organica che si sviluppano in assenza di ossigeno) e
2, come a fianco della selezione naturale di Darwin (che – se non siamo “creazionisti” -riteniamo la spiegazione per le evoluzioni delle specie viventi), abbiano lavorato incessantemente due forze, la cooperazione e la simbiosi tra batteri: proprio dalla loro aggregazione nacquero nuovi aggregati cellulari che in seguito – visto il loro successo – si svilupparono in veri e propri organi di organismi via via più complessi, adattati
alle nuove condizioni dell’atmosfera terrestre, ossia capaci di usare l’ossigeno per vivere.
Questa grande catastrofe ecologica accadde 2 miliardi di anni fa, quando da 3 miliardi e mezzo era già iniziata l’era dei batteri, ossia l’era dei procarioti anaerobici. In un’era chiamata Proterozoico, in cui il Biota era costituito esclusivamente da microbi e batteri.
Il grande consumo di idrogeno, per noi veleno letale, di cui si nutrivano quei miliardi di batteri anaerobici, che ricoprivano il pianeta con una patina azzurro verdognola, minacciò la loro estinzione. Finché alcuni batteri, i cianobatteri, attivarono il processo della fotosintesi,
l’innovazione metabolica più importante nella storia della Vita sulla Terra,
per sintetizzare dalla luce l’alimento di cui avevano bisogno.
La scoria – o sottoprodotto – di questa nuova capacità fu l’ossigeno (come oggi la scoria prodotta dai nostri consumi è l’ossido di carbonio).

In Microcosmo, dunque, Lynn Margulis ricostruisce la storia della materia vivente sulla terra
a partire dai microbi procariotici, semplici e unicellulari, agli eucarioti, ossia dotati di nucleo, pluricellulari e complessi, individuando la chiave del “successo” di questa trasformazione adattiva nei processi simbiotici che hanno generato gli scambi
di informazione necessari per sopravvivere ai mutamenti ambientali da loro stessi provocati, o per lo meno mediati.
“È l’associazione reciprocamente vantaggiosa, che porta all’unione di due distinti organismi, il cuore del processo che ha reso possibile la nascita delle cellule che costituiscono le piante e gli animali.” (ib. pp. 26-27).
La divisione più significativa in biologia non è perciò tra piante e animali, bensì tra
organismi come i batteri che non hanno un nucleo cellulare (i procarioti),
e gli organismi costituiti da cellule, in cui i cromosomi sono circondati da una membrana nucleare (gli eucarioti, tutte le altre forme di vita).

“La transizione dalla materia inanimata ai batteri richiese un tempo inferiore a quello impiegato dalla transizione dai batteri ai grossi organismi più familiari .“(ib. p. 70, nel capitolo intitolato Animazione della materia).
I procarioti, le uniche unità individuali in biologia, sono dunque i mattoni da costruzione
degli organismi più evoluti, che sono stati originati da comunità simbionti di batteri.
E gli eucarioti, per dirlo con le sue parole, sono delle “comunità edificate sulle vestigia dei batteri che, nel passato remoto, hanno imparato a vivere armonicamente dentro al confine di una membrana cellulare … le prime membrane, le prime barriere semipermeabili tra ‘interno’ ed ‘esterno’, la prima distinzione tra sé e non sé.” (ib. p.48)
Queste fusioni hanno dato origine agli organismi pluricellulari, più “adatti” a evolversi di quanto fossero i loro donatori ancestrali.
Attraverso un processo molto simile, tutta la materia vivente trae origine dal deposito superficiale di detriti organici lasciati dietro di sé da cosa e chi è già “morto” – l’humus, da cui la parola “umano”, che è il sottile strato di “biomassa” posto tra noi e le rocce e il cuore di lava incandescente del pianeta. Le sostanze che ci tengono vivi provengono dalla decomposizione lasciata da piante, animali e umani vissuti prima di noi, in cui giace la loro memoria genetica che viene costantemente ricombinata, “rigenerata dalla Dea”.
“In un certo senso, l’essenza della vita è una sorta di memoria, la conservazione fisica del passato nel presente. Riproducendosi, le forme di vita legano il passato e registrano messaggi per il futuro. I batteri che fanno a meno dell’ossigeno oggi ci raccontano com’era il mondo senza ossigeno nel quale comparvero per la prima volta. I pesci fossili ci racconta nodi raccolte d’acqua estese, che durarono ininterrottamente per centinaia di milioni di anni. I semi che hanno bisogno di temperature vicine al punto di congelamento per germinare ci ricordano inverni gelidi. I nostri stessi embrioni rappresentano fasi della storia animale nei diversi stadi dello sviluppo … esprimendoci con altri termini, la vita è estremamente conservativa … cambierà proprio per rimanere sempre la stessa.” (ib. p. 62).
Aggiunge Margulis che dai primi batteri ai batteri attuali, miriadi di organismi formatisi per simbiosi sono vissuti e sono morti e, tuttavia, il comune denominatore microbico rimane essenzialmente immutato.
Il nostro DNA deriva, lungo una sequenza ininterrotta, dalle stesse molecole che erano presenti nelle cellule primordiali, formatesi ai bordi dei primi oceani caldi e poco profondi.
I nostri corpi, come quelli di tutti gli esseri viventi, conservano in sé l’ambiente di una terra passata. Coesistiamo con i batteri di oggi e ospitiamo in noi vestigia di altri batteri, inclusi simbioticamente nelle nostre cellule. In questo modo, il microcosmo vive in noi e noi in esso.

E veniamo brevemente al ruolo giocato dai mitocondri. La funzione del mitocondrio è quella di “svolgere un’attività respiratoria intensa ed è paragonabile a una piccola centrale che trasmette energia alla cellula”. Come dire, fa funzionare meglio la cellula, quindi l’organo, quindi l’organismo. Ogni cellula dotata di nucleo ospita i mitocondri che “un miliardo di anni fa o più, erano batteri che esistevano liberi, e che poi si sono adattati a vivere all’interno delle cellule, come simbionti: una cellula non può più, di solito, fare a meno dei mitocondri e i mitocondri non possono fare a meno della cellula.”(ib. pp. 131-142).
La creazione dei mitocondri a livello cellulare ha portato la simbiosi già presente al livello dei procarioti a uno stadio evolutivo più duttile e efficiente, e sappiamo anche che un’ulteriore modificazione dei mitocondri, nella specie degli australopitechi africani, ha creato Lucy, la nostra antenata Sapiens. E sappiamo anche che i mitocondri passano solamente dalla madre alla sua prole, femmine e maschi.
I nostri polmoni e il cervello sarebbero, secondo Margulis, organi derivati direttamente da colonie simbionti entrate in organismi esistenti, secondo un processo che in via esemplificativa descrive con queste parole:
“Un buon 10 % del nostro peso secco consiste di batteri, alcuni dei quali, pur non facendo parte del nostro corpo in maniera congenita, sono assolutamente indispensabili per la nostra sopravvivenza. Questa coesistenza, che non va considerata come una semplice stravaganz della natura, è la materia prima dell’evoluzione. Se, per esempio, l’evoluzione continuasse ancora per alcuni milioni di anni, quei microrganismi che producono vitamina B12 nel nostro intestino diventerebbero parte integrante delle nostre cellule. Un’aggregazione di cellule specializzate può diventare un organo.” (ib. p. 9).
La visione di Margulis sull’importanza delle forze collaborative e coesive in campo biologico, conferma quanto le narrazioni cosmogoniche, in un altro linguaggio, hanno raccontato:
– una forza coesiva, attrattiva, basata su una polarità centripeta, ricombinandosi, arrotolandosi su se stessa (come la danza di Eurinome del mito pelasgico), genera vita capace di autopoiesi e comportamenti intelligenti;
– questo processo produce alterazioni fuori di sé che innescano una forza sintonizzata sulla polarità divergente, centrifuga, che brucia, differenzia, specializza;
– una terza forza, quella dell’equilibrio, “l’intelligenza della Natura”, l’anima nella materia, riesce a tenere “creativamente insieme” – in simbiosi – la altre due, “prendendosi cura” del continuo farsi della creazione, sia nel campo fisico che in quello delle energie più sottili. Quando ciclicamente la forza dell’equilibrio perde la sua potenza, inizia lo slittamento in un altro campo o ordine della manifestazione, quello del caos, perché tutto possa ricominciare da capo.

Starhawk, dal cui libro Il Sentiero della terra, questo convegno ha preso il nome, ci ricorda come non sia possibile parlare di Sacralità della Terra senza considerare il “dirt”: lo sporco, i rifiuti, le scorie, il sottoprodotto.
E, parlando di comunità, invita a fare attenzione a una più corretta accezione della parola COMUNITA’: “Non ha senso parlare solo di comunità umana, la parola comunità deve comprendere gli umani, gli animali, le piante, i batteri, i suoli, ecc. ecc.
I batteri sono una stupenda manifestazione della Madre, e una comunità è fatta da tutti quanti vivono su uno stesso luogo della terra; si realizza pienamente nel momento in cui questa consapevolezza arriva alla coscienza e quando prendiamo decisioni che tengono insieme tutti questi aspetti di una comunità. È tempo di ragionare per ecosistemi massivi, che includono tutti i sistemi viventi”(Luciana Percovich, Stop panic, Become organic, Parliament of World’s Religions, 2015).

copertina margulis