Dee del Sole: Immagini della Spiritualità Femminile nel Mediterraneo Pre-ellenico


 Articolo di Antonella Adorisio

 

akropiri

 

Siamo davvero così sicuri che il sole sia un principio maschile e la luna un principio femminile? Siamo davvero così sicuri che la luna, che brilla di luce riflessa, corrisponda all’archetipo del femminile mentre il sole, che brilla di luce propria, corrisponda all’archetipo del maschile? Non sarà questo un altro inganno dei paradigmi culturali che per secoli e secoli hanno dominato in Occidente?

Ci troviamo in un’epoca che sta delineando nuove visioni delle origini e dello sviluppo delle civiltà. Da alcuni decenni, grazie allo straordinario progresso tecnologico, ai rinnovati strumenti di osservazione e alle collaborazioni tra diverse discipline, nuove scoperte archeologiche continuano a portare alla luce scenari inaspettati. Ne consegue che interpretazioni date per scontate vengono messe in discussione mentre nuove prospettive si affacciano all’orizzonte. Accanto all’inestimabile e prezioso lavoro di Marija Gimbutas (tra l’altro sempre confermato e avvalorato da Joseph Campbell), vorrei menzionare le importanti e recenti ipotesi dell’archeologa Nanno Marinatos. Leggendo i suoi libri, sin dall’inizio ci si accosta alla relatività e soggettività delle interpretazioni storiche e soprattutto si riflette su quanto il contesto culturale di un’epoca possa condizionare la valutazione dei reperti archeologici. La Marinatos scrive che il modo tradizionale di guardare alle immagini minoiche è stato quello di considerarle attraverso i miti greci, che cronologicamente vennero dopo, dando per scontato che la cultura minoica fosse un riflesso di questi. In tal modo i primi storici della Creta antica proiettarono sul passato la mitologia greca del periodo successivo.

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Andiamo dunque a vedere cosa si sa di nuovo sulla Grecia del secondo millennio a. C. Dopo avere esaminato con la massima cura e in ogni minimo dettaglio le espressioni artistiche dell’epoca minoica, Nanno Marinatos ci conduce in un mondo completamente diverso da quello della Grecia classica. Un mondo che apre rigogliose possibilità di trasformazione per la psiche attuale; infatti, riconnettersi ad alcuni valori di un passato dimenticato può rafforzare le nostre spinte evolutive verso nuovi paradigmi culturali centrati sulla solidarietà e condivisione. Quella minoica fu l’ultima società prevalentemente pacifica e tecnologicamente avanzata, in cui prevalse una cultura estremamente raffinata ed evoluta del tutto estranea ai sacrifici umani che le furono attribuiti dai primi storici ateniesi. Tutti gli storici hanno sempre documentato, per la Creta Minoica, una considerevole posizione sociale della donna che sembrava condividere un ruolo paritario con l’uomo e hanno testimoniato la presenza di Dee, Regine e Sacerdotesse; pochi però hanno sottolineato la differenza con le successive Dee Olimpiche sempre definite in relazione a qualche Dio.

Nanno Marinatos ha recentemente dimostrato che i Re e le Regine Cretesi erano anche il più alto sacerdote e la più alta sacerdotessa, in quanto non vi era distinzione tra potere secolare e religioso. Pertanto erano loro che officiavano i riti. A Creta i templi si trovavano all’interno dei Palazzi. Il palazzo di Knosso era considerato la controparte terrena della residenza divina. I templi minoici erano le case degli Dei; i santuari erano spesso all’aria aperta e al loro interno vi erano un albero e/o una pietra concepiti come statue di culto, come luogo di residenza delle divinità. Gli alberi all’interno dei santuari erano i luoghi delle epifanie divine. I re e le regine erano gli unici ad avere un confronto con gli Dei faccia a faccia. Alcune immagini in miniatura, incise sui sigilli e sugli anelli, mostrano danze estatiche cui la Regina partecipa in qualità di Sacerdotessa della Dea. Altre immagini mostrano rituali di incubazione. In alcune immagini si vede al centro la regina che danza tra una donna chinata su un masso ovale e una donna o un uomo che scuote un albero. L’immagine di donne o uomini adagiati sul masso a forma ovale era stata interpretata da Evans e da Frazer come un’immagine di lutto, ma la Marinatos sostiene che questa ipotesi riflette l’interpretazione cristiana delle immagini. Le sue osservazioni mi sembrano degne di nota: nell’arte antica il lutto è raramente rappresentato come uno stato passivo di dispiacere, ma piuttosto è raffigurato dal percuotersi il petto o la fronte o dalle lacrime sulle guance o ancora dal tirarsi i capelli. Nelle immagini delle donne con la testa appoggiata sul masso si può cogliere uno stato di ascolto in attesa di un messaggio profetico: la pietra era il luogo dove la voce degli Dei poteva manifestarsi, un monumento di culto nel santuario all’aria aperta, dove un’epifania poteva essere esperita. Era un luogo di incubazione, analogamente ai successivi luoghi di culto di Asclepio; in quel punto, un messaggio divino poteva giungere attraverso un sogno o una visione. Secondo questa prospettiva, le figure adagiate su una pietra possono essere considerate una sorta di profeti in stato di incubazione e non persone in lutto. Similmente, il rituale minoico dello scuotimento dell’albero poteva essere legato alla necessità di ascoltare il suono delle foglie come messaggio divino e il contatto con l’emblema vivente della divinità poteva produrre estasi e stati di coscienza alterati. In molti testi antichi alberi e pietre sono connessi ai luoghi delle profezie; inoltre l’albero era in origine un’espressione della Dea primordiale. Le regine dunque svolgevano attività profetiche e divinatorie attraverso il loro corpo in movimento. Queste figure femminili danzanti al centro delle raffigurazioni degli anelli minoici rappresentano la regina stessa che partecipava ai rituali estatici in qualità di sacerdotessa della Dea Minoica.

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Giungiamo così all’ipotesi più suggestiva suggerita da Nanno Marinatos: il simbolo della doppia ascia, sempre associato a figure regali per lo più femminili, rappresenterebbe il sole che sorge e la divinità principale del pantheon minoico sarebbe una Dea del Sole, nel momento in cui si affaccia all’orizzonte. In quest’ottica la Dea Minoica acquista una valenza estremamente significativa: poiché rappresenta il sole nel momento in cui emerge dal profondo del mare, porta nuova vita. Il sole dell’alba è un potenziale non ancora realizzato ed esprime quindi un aspetto dinamico della psiche. Nel momento in cui sorge contiene immensi potenziali di rigenerazione. Questa scoperta induce un ribaltamento di prospettive e ci distoglie da quelle associazioni scontate che sono a mio avviso più che superate e cioè: luce = coscienza = maschile = spirito; buio = inconscio = femminile = istinto/materia.

Elemento di ulteriore interesse è la qualità di intermediazione appartenente alla Dea Minoica. La Dea solare pre-Olimpica connetteva il mondo del cielo con quello sottomarino che, tra l’altro, si riteneva fosse la sede del paradisiaco mondo dell’al di là. La Dea aveva un ruolo triplice, celeste terreno e sotterraneo. Guidava carrozze alate, navigava sotto e sul mare conducendo barche con l’altare. Era la Signora del Paradiso, della Terra e del Mondo Infero, era uno psicopompo ed era connessa alla rinascita. La Dea solare Minoica viaggiava tra due mondi di sua volontà, conservando la sua regalità.

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L’arte minoica esaltava la vita, la gioia, l’eros, la prosperità della natura; il messaggio che si voleva comunicare era la celebrazione della primavera e della rinascita. Osservando gli affreschi di Creta e della vicina isola di Thera (l’attuale Santorini) si rimane incantati di fronte alla vegetazione lussureggiante, fiori, zafferano, papiri, scimmie blu, grifoni, gatti, antilopi, delfini, papere, libellule, palme, olivi, fiumi e cascate, tutti in relazione armoniosa. Ciò non significa ovviamente che si vivesse in condizioni paradisiache, tuttavia questo era il messaggio che si voleva trasmettere; le scene di guerra, al contrario dei contemporanei popoli vicini e a differenza delle epoche successive, non sono rappresentate. Quello che contava era il significato simbolico e il messaggio che si voleva comunicare: la celebrazione della vita della natura. I resti dell’antica città di Akrotiri nell’isola di Thera furono trovati solamente nel 1967 dall’archeologo Spyridon Nikolaou Marinatos, nonostante egli avesse ipotizzato la presenza di una civiltà perduta a Santorini già molti anni prima. Gli scavi diedero alla luce una città sepolta straordinaria, con edifici a due o tre piani, servizi di fognatura, strade, enormi quantità di vasi ammassati in alcune stanze e un grande edificio adibito a scopi rituali, con molti affreschi ancora conservati intatti. Solo recentemente i vulcanologi hanno compreso che l’eruzione di Thera è stata una delle più potenti nella storia del pianeta. L’isola sprofondò nel mare mentre enormi onde di tsunami invadevano le coste vicine e il Sole scompariva dal cielo coperto di cenere. Il mondo Mediterraneo si trovò al buio per moltissimi giorni.

Negli splendidi affreschi di Akrotiri nell’isola di Thera, possiamo ammirare l’armoniosa relazione di una Dea dello zafferano con una scimmia blu antropomorfa che le offre gli stimmi dei fiori mentre un magico grifone dalle grandi ali bianche è al suo fianco e assiste la sua opera. Osservando le immagini relative al secondo millennio a. C. sia a Creta che ad Akrotiri, la Potnia Theron appare come protettrice della natura, dotata di un potere sugli animali che sono suoi compagni e non suoi schiavi. Ad Akrotiri la Dea dello zafferano ha lunghi capelli e può presiedere ai rituali con il seno scoperto. Appare libera, serena, in contatto con la sua sovranità, disinvolta con la sua sessualità femminile mentre esercita il suo potere spirituale. Il vestito è imbastito con fiori di croco che sono anche dipinti sul suo volto. La Dea dello zafferano è dunque una Signora della natura, una Dea della fertilità e soprattutto una Dea della guarigione e in quanto Patrona delle donne sovraintende alle attività di cura e di trasformazione. In qualità di Dea della guarigione, ella benedice gli stimmi (come avviene in alcuni rituali religiosi anche oggi) e li potenzia con le sue energie divine, in modo che lo zafferano attivi le sue proprietà curative.

Il tema centrale di questo rituale femminile è la raccolta, l’offerta e la benedizione della pianta di zafferano. In un affresco una delle fanciulle, perfettamente in grado di auto contenersi, ha il piede ferito e accanto al piede si nota un fiore di croco. Probabilmente si tratta di una prova iniziatica per sopportare il dolore e familiarizzare con il proprio sangue. Sappiamo che la ferita è un varco, un’apertura verso lo sconosciuto, verso sentieri non tracciati. Il processo di individuazione avviene spesso attraverso una serie continua di morti e rinascite che richiedono di attraversare la ferita, il tormento e la sofferenza. In queste cerimonie venivano rievocate morte e rinascita della natura. L’entrata in una nuova fase della vita doveva coincidere con il risveglio della natura ed implicava l’attraversamento di esperienze terrifiche ed estatiche per acquisire capacità di autocontrollo sulle proprie paure. Si attraversava una soglia per modificare la propria condizione psichica nel contenimento di un rapporto personale e di gruppo con la divinità. Nello stupendo affresco le fanciulle si dirigono verso l’altare con le corna di consacrazione del toro, indossando abiti eleganti e preziosi gioielli.

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Sia Nanno Marinatos che l’analista Junghiana Virginia Beane Rutter hanno riconosciuto in questi straordinari affreschi la rappresentazione dettagliata di antichi riti di iniziazione, ricchi di implicazioni per la psiche attuale. Bean Rutter ha esplorato le profonde analogie tra questi antichi rituali di iniziazione e il lavoro analitico. Nella mia esperienza analitica con le donne del Mediterraneo ho potuto constatare quanto la possibilità di sentirsi contenute e riconosciute dallo sguardo femminile prima ancora dello sguardo maschile abbia potuto restituire la fiducia e la sensazione di sicurezza nell’essere donna. Sappiamo dai bellissimi studi di Ester Harding che la verginità psichica, nel senso originario del termine, è proprio quel valore primigenio che permette alla donna di essere in contatto con il suo potere, di essere “una in se stessa”, di attingere alla sua fiducia, autonomia e creatività. Un principio femminile che include il senso di essere completa e non dipendente dal principio maschile, bensì in molteplice relazione con esso. Un femminile che tiene insieme spiritualità e sessualità e che è stato oggetto di una repressione e di una rimozione collettiva durata millenni.

Questa autonomia psichica femminile era una volta espressa nelle immagini primordiali delle kourotrophos che appunto rappresentano un femminile vergine e materno che si auto-genera e auto-affida. Il corpo femminile, considerato sacro e partenogenetico, esprimeva la visione della Terra come unità vivente. La Dea primordiale era una e molteplice. E’ proprio dalle immagini delle kourotrophos che hanno probabilmente origine i miti dei parti delle vergini di cui Maria è solo l’ultima manifestazione. A un certo punto l’antica sovranità della verginità partenogenetica non venne più tollerata. Zeus, il Re degli Dei, si appropriò della maternità per partorire prima Atena e poi Dioniso. Il potere generativo e creatore, che in origine era magicamente attribuito solo alla Dea, diventò esclusività del Dio. Il Dio scacciò la Dea e l’Anima Mundi cominciò a soffrire. Prima ancora che l’avvento del Cristianesimo conferisse il potere di creazione all’unico Dio che creava non più attraverso il corpo ma attraverso il Verbo, nella cultura greca il diritto di generare/creare venne tolto alla donna/madre e venne riconosciuto solo all’uomo/padre come testimoniato nell’Orestea di Eschilo. Ciò rese lecito quel che i guerrieri già facevano da tempo: i vincitori si impadronivano delle fanciulle dei popoli sconfitti rendendole schiave o mogli forzate. Si affermava così il potere del guerriero sul corpo femminile. Quel corpo femminile che dal paleolitico all’età del bronzo era stato onorato e rispettato in quanto origine del mistero della vita e quindi anche del mistero della morte/rinascita e del potere della generazione/fertilità/creatività. Parallelamente nascevano i racconti degli stupri degli Dei, Zeus in testa. Lo stesso Ade con il suo rapimento sancisce il diritto di proprietà su quella divinità femminile che in epoca pre-ellenica, andava e veniva tra il mondo infero e quello terreno in piena autonomia.

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Le ultime ricerche archeologiche ci permettono di avanzare dunque nuove ipotesi sul politeismo delle Dee primigenie. Le antiche divinità femminili non erano soltanto Dee della luna e questo fenomeno non è limitato alla cultura Minoica. In molti paesi, in origine, le divinità solari erano femminili e le divinità lunari erano maschili. Secondo le ipotesi di Lucy Goodison, nella prima età del Bronzo il sole era spesso associato a divinità femminili e alla rinascita. Vi sono poi testimonianze di divinità solari femminili in molte culture antichissime dal Nord Europa al Giappone. Ancora oggi nella lingua tedesca il sole è femminile e la luna è maschile. Molte Dee Egizie e del Vicino Oriente, da Sekmeth alla Dea di Arinna, da Hathor a Hannahanna erano divinità solari. La stessa Iside era in origine una Dea del sole, successivamente trasformata in Dea lunare. E qui mi interrogo su un’ulteriore ipotesi che, per quanto ne so, non è stata formulata dagli archeologi. E’ possibile che la Dea dello zafferano di Akrotiri, affiancata da un fantastico grifone, fosse una manifestazione della Dea del Sole? Credo proprio di sì. Eos, la Dea dell’Alba dell’epoca classica, potrebbe essere la sua erede, tanto più che guida nel cielo la sua carrozza trainata da cavalli alati e indossa un vestito color zafferano a richiamare i colori del sole. Ecate, la triplice Dea degli Inferi e dei crocicchi, più tardi associata alle streghe, sembrerebbe originare da Hekat, Dea dalla testa di rana connessa alla rinascita e al sorgere del sole. E guarda caso anche Ecate indossava un mantello color zafferano.

 

Vi sono antiche raffigurazioni in cui il sole è disegnato in fondo al mare. Certo vedere il sole scendere nel mare lasciava intendere che prima di risorgere esso si andasse a riposare nelle profondità marine, sede di un immaginario paradiso. Layne Redmond ci ricorda che il fuoco creativo al centro della terra è un’immagine divina molto antica; prima di trasformarsi nell’inferno dei Cristiani era il fuoco spirituale della Dea. Oggi sappiamo che al centro della terra c’è un nucleo caldo come il sole. Grazie alla rotazione del nucleo, che è il vero motore del pianeta, la magnetosfera terrestre ci protegge dai raggi dannosi delle tempeste solari. Divenire consapevoli del Sole invisibile al centro della Terra e sotto il mare significa riconoscere la nostra relazione con il Cosmo nella consapevolezza della circolarità tra gli opposti. Ritrovare il Sole nel mondo infero ci aiuta a coltivare la luce interiore nascosta nel buio più oscuro. Per le donne riconoscere l’originaria natura femminile del Sole invisibile al centro di ognuno di noi significa ritirare le proiezioni e distogliersi dalla necessità di essere riconosciute e convalidate da uno sguardo maschile al fine di affermare se stesse. Anche per gli uomini riconoscere il lato solare del femminile e il lato lunare del maschile significa ritirare le proiezioni della Grande Madre terrifica, liberarsi da pregiudizi obsoleti ed attivare nuovi equilibri. Sul piano collettivo, l’immagine femminile del sole che sorge ci riconduce alla possibilità di viaggiare liberamente tra due mondi per ritrovare l’antica fiducia nella sovranità dei valori femminili, soprattutto l’aspetto creatore/creativo/spirituale/sessuale del femminile primordiale che per tanti secoli è stato sepolto dalla storia.

 

Siamo pronti ad ascoltare la voce delle antiche Dee del sole che sorge? Siamo pronti a integrare una nuova visione del femminile e del maschile fondata sulla solidarietà, sull’empatia e sul rispetto reciproco? Senza nulla togliere all’immagine del sole maschile e della luna femminile, riusciremo a integrare il lato femminile del sole ed il lato maschile della luna all’interno di una nuova coscienza?

 

 

Le parti segnalate con dei puntini di sospensione possono essere lette nella relazione presentata al XIX Congresso Internazionale di Psicologia Analitica (IAAP International Congress), Copenaghen, Agosto 2013, intitolata “Sacrifice and Fertility: the Archetype of the Feminine Healer in the Mediterranean Area” e in corso di stampa negli Atti del Congresso. Alcune riflessioni di questo scritto sono anche approfondite nell’articolo “La Dea dei primordi. Un archetipo tra storia, corpo e psiche” in Anima e Terra, Rivista di Psicologia-Ecologia-Società diretta da Franco Livorsi, ed. Falsopiano, n. 4 Giugno 2014.