Artemide e gli Iperborei


Articolo di Barbara Lucrezia Paganelli

 

Arrivano gli indoeuropei?

Nel corso del III millennio a.C. si diffusero in Europa, muovendo da est, un gruppo di nuove culture (della ceramica cordata e delle tombe a tumulo individuali) associate a una ideologia che affidava un ruolo eminente al guerriero, testimoniata archeologicamente dalla diffusione delle asce da battaglia. In passato la comparsa di questi elementi era stata messa in relazione con l’arrivo in Europa di un nuovo popolo, gli Indoeuropei, e con un modello di conquista attraverso la forza, che avrebbe imposto agli indigeni la supremazia della nuova élite guerriera. La cultura più adatta a rappresentare il popolo indoeuropeo sembrava essere quella detta ‘dell’ascia da combattimento’, originaria dell’Europa orientale. Oggi, tuttavia, l’esistenza di un popolo omogeneo identificabile con gli Indoeuropei è stata messa in discussione. Alcuni autori sostengono che la prima fase della diffusione delle popolazioni indoeuropee risalga addirittura alla colonizzazione neolitica degli agricoltori danubiani. Una seconda ondata, che raggiunse i territori non toccati dalla prima migrazione degli agricoltori danubiani, sembra essersi propagata effettivamente nel corso del III millennio.

Pur ridimensionando le teorie ‘invasionistiche’, il quadro archeologico dimostra lo spostamento rapido di gruppi di nomadi guerrieri, che causò la distruzione violenta di centri come Troia II, Tirinto, Lerna, e stimolò la creazione di cinte fortificate anche al di fuori dell’area egea, ad esempio nella Francia meridionale e in Spagna a Los Millares. La minaccia militare contribuì anche alla diffusione della metallurgia, per la maggiore necessità di armi più efficaci …

 

L’importanza di un bicchiere.

 

Nel corso del III millennio, si diffuse quello che gli archeologi chiamano ‘il complesso del bicchiere campaniforme’, formatosi nella bassa valle del Reno, intorno al 2700 a.C. all’interno di certi gruppi della ‘ceramica cordata’ (o ascia da combattimento) e da lì raggiunse le Isole Britanniche, l’Italia, la Penisola Iberica, fino all’Africa settentrionale. Il ‘popolo’ del bicchiere campaniforme fu identificato con l’ultima onda di propagazione degli Indoeuropei. Anche in questo caso, non si pensa più a un vero popolo, ma a piccoli gruppi molto mobili che condividevano un ‘complesso’ di valori culturali. In particolare si ritiene che la diffusione del ‘bicchiere’, sopratutto in contesti funebri, sia dovuto alla propagazione di una nuova ideologia maschile del bere e del combattere. Il Campaniforme è anche contemporaneo alla massima diffusione del megalitismo. Da questo momento alcune sepolture megalitiche cominciano a essere trattate in modo speciale, fatto che testimonia l’affermarsi di ineguaglianze sociali: il potere delle nuove élite guerriere portò ad un cambiamento significativo nel culto degli antenati, legandolo al predominio di poche stirpi o gens ‘prescelte’.

 

Rinaldone. Prima degli Etruschi.

 

Verso la fine del III millennio fioriva lungo la costa del Tirreno centrale la cultura di Rinaldone. Gli archeologi hanno escluso una sua connotazione guerriera; è il principale elemento che distingue nettamente questa cultura dal Campaniforme, diffuso in gran parte della penisola. L’altro elemento di distinzione sono le sepolture multiple; esse ci dicono che per queste comunità il lignaggio aveva una posizione predominante sull’individuo singolo. Le stirpi possedevano potere e ricchezza grazie allo sfruttamento dei giacimenti metalliferi e alla loro favorevole posizione geografica al centro della penisola che gli assicurava il controllo degli scambi commerciali. Nella cultura di Rinaldone non compaiono elementi campaniformi, e ciò significa che tale cultura era abbastanza potente e radicata nel proprio habitat da non permettere eccessive influenze esterne. E se, come alcuni studiosi hanno fatto, associamo la diffusione delle lingue indoeuropee alla presenza del Campaniforme, possiamo notare che la cultura di Rinaldone si sviluppò negli stessi luoghi in cui si sarebbe sviluppata in seguito la cultura etrusca, e potrebbe trattarsi del substrato da cui si originò il popolo etrusco che, come è arcinoto, non parlava una lingua indoeuropea.

 

Il fanciullo divino, il labirinto di Arianna e il monte Soratte.

 

A Creta le grotte erano utilizzate come santuari sin dal Paleolitico. Alcuni templi della civiltànoica conservano il loro originario santuario in grotta: Cnosso usava le grotte di Skoteino e di Ilizia; in esse sono stati trovati altari, contenitori per le offerte, statuine della dea, asce bipenni, corni sacri e sigilli che raffiguravano un dio-albero. Come mostrano molte raffigurazioni, il simbolo arboreo e quello solare erano intercambiabili a Creta come altrove, e comparivano alternativamente sopra delle imbarcazioni che alludono al viaggio oltremondano e che, in alcuni casi, presentano anche la rappresentazione di una ierogamia. Secondo il mito, Zeus nacque in una grotta sul monte Ida a Creta. I Cretesi però non si accontentavano di mostrare il luogo dove era nato Zeus, ma mostravano anche la ‘tomba del dio’, cosa incomprensibile ai mitografi greci per i quali Zeus era immortale.I culti un tempo celebrati nelle grotte si perpetuarono a Creta nelle cappelle palaziali.

A Cnosso il famoso labirinto di Arianna è stato identificato con un edificio di pietra, una sorta di grotta artificiale. Come riporta una tavoletta micenea, alla Signora del Labirinto, chiamata Ilizia di Amnisio, veniva fatta un’offerta di miele. Il miele e le api erano associati alla rinascita, si racconta che gli déi assumessero una bevanda, l’idromele, proibita agli uomini perché in grado di donare l’immortalità. Karol Kerenyi avanza l’ipotesi che tale bevanda fosse utilizzata durante rituali estatici volti al conseguimento della vita eterna, ed avesse un ruolo simile a quello che aveva il vino nei più tardi rituali dionisiaci.

A Creta le sepolture erano collettive all’interno di tombe ipogee, eredità delle sepolture ipogee neolitiche diffuse in tutte l’area egea, e in generale mediterranea. La forma di queste sepolture, sotterranee e a cupola, richiamava l’utero, la grotta aveva al tempo stesso funzione di tomba e utero della madre terra. Nelle necropoli cretesi erano anche presenti aree pavimentate chiamate ‘piste da ballo’, questo curioso nome è dovuto a un passaggio dell’Iliade in cui si parla di una ‘pista da ballo’ costruita a Cnosso, da Dedalo per Arianna. Gli archeologi immaginano che queste piattaforme servissero per eseguire qualche forma di danza rituale, più precisamente si è supposta l’esistenza di una danza a spirale che rappresentava il viaggio oltremondano verso la rinascita e includeva un contenuto iniziatico.

Una rappresentazione del labirinto è presente in una brocca da vino, rivenuta nella necropoli della Tragliatella (in area etrusca, situata a nord di Roma non molto distante dal Lago di Bracciano). Il vaso raffigura il mito di Teseo a Arianna e la ‘danza della gru’ (ovvero la danza a spirale), eseguita dallo stesso Teseo ,ma nella versione etrusca la principessa cretese è sostituita da una divinità etrusca dell’aurora Thesan.

Anche in Italia centrale, come a Creta, troviamo un culto delle grotte che può essere fatto risalire all’età neolitica. Si può addirittura parlare di ‘una religione del sottosuolo’ neolitica. Questa ‘religione’ comportava sacrifici, riti per la fertilità e di guarigione, e la raccolta rituale dell’acqua praticata nelle grotte. Sul monte Soratte, non distante da Bracciano, era venerato ancora in età romana un Apollo infero. Dietro a questo Apollo, chiamato dai romani Sorano, è stata riconosciuta la divinità etrusca infera Suri. Le fonti romane identificano Sorano con Dis Pater (l’equivalente dell’Ade greco). Sul monte viveva una confraternita di sacerdoti chiamati Hirpi Sorani (i lupi di Sorano) che celebrava cerimonie di carattere estatico. Sempre le fonti romane descrivono la grotta in questione come un’entrata all’Altromondo. Per comprendere questo culto bisogna tenere presente che la primitiva figura di Apollo conteneva un nucleo sciamanico e che l’aspetto ‘apollineo’ moderno è un prodotto tardo della cultura classica. A Delfi, presso il tempio di Apollo, si trovava la ‘tomba di Dioniso’. Ed entrambe queste due divinità avevano un ruolo centrale nelle pratiche orfiche, cui oggi si riconosce un’origine sciamanica.

 

Il passaggio delle insegne.

 

Come abbiamo visto, nel corso del III millennio in Europa stava avendo luogo una significativa trasformazione sociale che poneva al vertice della società un élite maschile guerriera, tra i cui simboli troviamo l’ascia. Anche a Creta un’ascia, chiamata bipenne perché doppia, era un importante simbolo di potere. Secondo Walter Burkert, era originaria della Mesopotamia, ed identificava il dio atmosferico, che nel culto neolitico era il dio fecondatore, identificato poi, in virtù della sua forza generatrice con il toro.

Nei contesti minoici tuttavia la bipenne è sempre raffigurata nelle mani di una divinità femminile. Burkert ritiene che a Creta fosse esistito un regno sacro, dove un sovrano di sesso maschile veniva investito di uno status sovrumano, divino, grazie al rapporto con una divinità femminile. Sembra possibile che questo aspetto abbia un origine sciamanica, l’ipotesi è di Mircea Eliade, che confronta questa investitura da parte di una Dea con il potere che alcuni sciamani siberiani acquisivano grazie al rapporto con uno spirito femminile detto ayami, con la quale intrattenevano una relazione di tipo sessuale. Molte incisioni su sigilli e anelli mostrano un figura maschile alla quale una dea consegna un bastone o una lancia.

La nuova figura divini maschile, di origine orientale, arricchita del potere delle armi, sembrava costretta a prendere a prestito da una Dea la propria sovranità. La dea-sacerdotessa consegna al dio-re le insegne del suo potere .

 

Artemide e gli Iperborei.

 

I Micenei (indoeuropei e guerrieri) quando conquistarono Creta, ereditarono buona parte della loro cultura. La tavoletta che abbiamo citato era scritta in miceneo (cioè greco) ma rifletteva i temi della religione minoica.

Proveniente dai livelli sottostanti il santuario di Artemide a Delo, e databile al periodo miceneo, è una lamina d’oro che presenta una sorprendente affinità con due lamine trovate in Italia (Gualdo Tadino, e Roca). In queste lamine vi è rappresentato il modello della barca solare schematizzato. L’immagine stilizzata raffigura una barca con poppa e prua a forma di testa di uccello (si tratta di uccelli acquatici, forse cigni) e al centro un disco solare, in luogo della divinità solare stessa. E’ significativo, che questo disco solare a Delo non sia stato ritrovato nel santuario di Apollo, ma in quello di Artemide. Nell’età del bronzo la barca solare era evidentemente attribuita ad una divinità femminile, che a Delo era chiamata Artemide, ma altrove poteva essere chiamata in altro modo.

 

Lamina d’oro di Gualdo Tadino, Perugia (XIII secolo a.C.)
Lamina d’oro di Gualdo Tadino, Perugia (XIII secolo a.C.)

 

Divinità migranti: la Barca del Sole.

 

A partire dal Bronzo Medio (metà del II millennio a.C. circa) alcuni motivi, manufatti e pratiche cominciarono a diffondersi in Italia, cosa che fa supporre la diffusione di un ideologia comune, ed uno dei simboli principali di tale ideologia era appunto il tema della barca solare. La concezione del viaggio oltremondano effettuato per mezzo di una barca si era diffusa dall’ambiente egeo verso nord, e il tema della barca, così come compare anche in Italia, è il risultato di un sincretismo religioso culturale che ebbe luogo nella regione danubiana.

 

Micene sulle coste del Baltico.

 

Il Grande tumulo sepolcrale di Kivik in Svezia, costituisce una significativa testimonianza della presenza di un’ideologia religiosa affine a quella micenea anche sulle coste del Baltico. Una serie di lastre provenienti dal tumulo raffigurano simboli connessi con il sole, il prestigio eroico e il viaggio oltremondano. Vi è anche raffigurato un carro da corsa simile a quelli descritti da Omero, forse utilizzato nei giochi che si tenevano in occasione delle cerimonie funebri. L’aspetto maggiormente degno di attenzione è la rappresentazione di due processioni femminili. Una sembra una scena di compianto, l’altra pare riprodurre una scena di sacrificio ed assomiglia in modo stupefacente ad una raffigurazione presente in un sarcofago minoico, il famoso sarcofago di Agia Triada, datato al 1400 a.C. La sepoltura di Kivik risale probabilmente alla prima età del bronzo scandinava (XIV secolo a.C.), in quel periodo i Micenei dominavano l’egeo e avevano fatte proprie molte ideologie religiose di origine cretese, e di esse diventarono gli intermediari diffondendole nel resto d’Europa, sopratutto nelle regioni con cui intrattenevano rapporti commerciali come il Baltico per l’ambra, e la Cornovaglia e l’Italia per i metalli.  Di recente le lastre di Kivik sono state interpretate da Klaus Randsborg che vi ha letto un complesso simbolismo riferibile ai tre mondi noti nella cosmologia sciamanica, quello di sopra, di mezzo e di sotto, che la figura dello sciamano ha il potere di connettere tra di loro.

 

Il cigno e il toro.

 

E’ interessante ricordare il rapporto di Apollo con gli Iperborei. Furono dei cigni a portare Apollo ‘nel loro paese’, sulle rive dell’Oceano al di là della patria del vento del nord, presso gli Iperborei. L’epifania di Apollo a Delfi era presentata come il suo ‘ritorno’ dalla terra degli Iperborei. Come ho detto, a Delfi si trovava anche la tomba di Dioniso, che veniva risvegliato ogni due anni da un tiaso di donne, le tiadi. L’epifania di Dioniso in Attica avveniva invece su una nave, il dio (interpretato da un sacerdote, forse lo stesso re sacro, il Basileo) al principio della primavera arrivava ad Atene portato in processione su una barca e quindi celebrava le nozze sacre con la Basilinna.

A partire dal Bronzo Recente , nella penisola italiana, troviamo raffigurazioni sincretiche che assommano le caratteristiche dell’uccello d’acqua con quelle del toro: braccia della barca solare e corna di toro al tempo stesso (e rappresentazioni della dea lunare?). Il fenomeno inizia nel Bronzo Recente e prosegue fino all’età del Ferro, infatti queste cosiddette ‘protomi’ preludono quelle che troveremo sulle urne a capanna  della prima fase della civiltà etrusca, al tempo stesso urne cinerarie e rappresentazione in miniatura di templi.

In queste immagini sincretiche troviamo sintetizzato un aspetto della divinità solare tutt’altro che evidente, cioè l’identità tra la divinità solare e la divinità ctonia, il cigno e il toro, Apollo e Dioniso, i due volti del ‘dio sciamano’ che dal mondo di sotto al mondo di sopra,  accompagna le anime dei defunti (o almeno di alcuni defunti) verso la loro dimora divina. Così scrive Plutarco (La E di Delfi): “I sapienti, per tenere nascosto il loro pensiero alla folla, danno alla trasformazione del dio in fuoco il nome di Apollo a causa della sua unicità, e quello di Febo per la sua purezza incorruttibile. Quando poi la trasformazione del dio dà luogo all’aria, all’acqua, alla terra, agli astri, alla vita delle piante e degli animali, i sapienti occultano questo processo sotto i simboli della lacerazione e dello smembramento. Essi lo chiamano con i nomi di ‘Dioniso’, ‘Zagreo’…”

Secondo Burkert, nella lineare B non esiste nessuna testimonianza di Apollo, mentre esiste di Dioniso. E come abbiamo visto, a Delo, in epoca Micenea la vera signora del santuario era Artemide.

Burkert sostiene che la divinità solare uranica proveniva dall’area anatolica-semitica. In Grecia ereditò le caratteristiche di una Dea connessa alla sfera oltremondana e al simbolismo degli uccelli acquatici, e diventò complementare al dio salvifico della vegetazione, già identificato con il sole e il suo viaggio sia annuale che diurno/ notturno a bordo di una barca (come mostrano le raffigurazioni cretesi citate).

 

I Campi d’Urne.

 

Tra il 1200 e il 1000 a.C. un altro grande rivolgimento investì il mondo europeo, un nuovo rito funerario si sviluppò dall’Europa centrale espandendosi verso nord e verso sud: l’incinerazione dei defunti. Dopo il rogo le ceneri venivano deposte in un urne e raggruppate in ‘cimiteri’, da cui il nome ‘campi di urne’. Alcuni, in passato, hanno identificato la diffusione dei campi di urne con la migrazione di un popolo nel quale hanno voluto riconoscere i primi Celti. Tuttavia oggi si crede che sia stata un’ideologia a diffondersi non un popolo. La tradizione culturale dei campi d’urne si caratterizzò sopra ogni cosa per l’immagine onnipresente del sole accompagnato da uccelli acquatici. Tra i materiali che essa produsse si trovano numerosi oggetti di prestigio, sopratutto armi e servizi da banchetto elementi fondamentali dello stile di vita delle élites guerriere, comunità di pari, e al tempo stesso di eletti.

 

I primi Etruschi.

 

All’origine della civiltà etrusca si trova quella che gli archeologi hanno chiamato ‘cultura proto-villanoviana’. Questa cultura che comprendeva gruppi etnici linguisticamente distinti era diffusa dalla pianura padana alla Sicilia. Un errore molto diffuso commesso dagli archeologi del passato, che ha causato grande confusione, è stato quello di identificare una certa lingua, religione o perfino moda culturale con un dato ethnos. Un simile assunto è privo di fondamento da un punto di vista storico perché una certa civiltà o ideologia religiosa può inglobare al suo interno vari raggruppamenti linguistici. Ogni qualvolta parliamo di Etruschi, Celti, e via dicendo dobbiamo tenere presente questo fatto. La cultura proto-villanovianaa, uniforme al complesso europeo dei campi d’urne, comprendeva al suo interno un mosaico di gruppi etnici in nuce, tra cui gli Etruschi, senza dubbio, ma anche i Latini ed altri.

Possiamo immaginare vari spostamenti di persone da nord a sud, principalmente ‘metallurghi-mercanti’ itineranti che gestivano gli scambi di materiali e tecnologie tra l’Italia e l’Europa transalpina. Arrivati prima in Veneto e poi in Etruria, questi uomini si incontrarono con genti provenienti dall’Egeo (siamo ai tempi della guerra di Troia), e la moltitudine di scambi culturali creò un terreno fertile per la propagazione e l’integrazione delle idee. Un paio di schinieri provenienti dalla necropoli di Desmontà, a Frattesina (Veneto), insediamento che possiamo ascrivere alla cultura proto-villanoviana, forse il più importante, sono paragonabili ad altri tre simili provenienti da un ripostiglio della Malpensa, attinente alla facies proto-golasecchiana (primissima fase della cultura celtica in Italia), e anche a molti altri provenienti dall’area transalpina, a riprova dell’omogeneità culturale di queste regioni.

Per rendere l’idea, uno schiniere (o gambiera) con il motivo solare della ruota raggiata, identico ad uno ritrovato in Lombardia e appartenente alla facies proto-golasecchiana, di produzione sicuramente danubiana, è stato scoperto ad Atene, in una tomba dell’acropoli.

Se riuscite a mettere a fuoco veramente l’Europa di cui sto parlando, improvvisamente, tutta la discussione sull’origine del popolo etrusco vi apparirà oziosa.

Si è cercato l’area di origine del sistema simbolico dei campi d’urne. Alcuni studiosi ipotizzano un’influenza micenea sulla cultura dei campi d’urne e halstattiana (prima fase della cultura celtica europea). Il motivo della barca solare era già presente su alcuni vasi provenienti dall’Ungheria e prodotti simili, riferibili al periodo halstattiano contemporaneo delle fasi più tarde del nostro Bronzo Finale. Questi prodotti vennero esportati sia in Germania che nell’Istria, che fece da tramite per l’introduzione del motivo nella penisola italiana.

L’ipotesi conclusiva è quella dell’esistenza, durante l’età del bronzo, di una koinè europea culturale e religiosa, incentrata sul culto di una divinità femminile, tra i cui scopi vi era quello di condurre gli eletti ad una vita di eterna beatitudine, a bordo di una barca trascinata da cigni. Questo era anche uno dei temi centrali del culto praticato nell’Etruria proto-villanoviana e villanoviana.

 

Estratto da Le radici della religione etrusca, di Barbara Lucrezia Paganelli

https://www.facebook.com/Le.Radici.della.Religione.Etrusca?ref=hl